3 Marzo 2026
Sommario
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L’ impatto degli attacchi USA‑Israele sull’Iran: energia, costi e rischi macroeconomici
Gli attacchi USA‑israeliani contro l’Iran avranno conseguenze sui mercati energetici, sui costi di trasporto marittimo, sui rischi di inflazione e sulle condizioni finanziarie – ma tutto dipende da quanto durerà il conflitto. Sebbene una guerra prolungata potrebbe riportare uno shock inflazionistico simile a quello del 2022, ci aspettiamo un’escalation relativamente breve, con il prezzo del petrolio atteso a 70 USD/barile (oltre il +15% rispetto alla stima precedente; picco previsto a 85 USD/barile) e un impatto contenuto sul PIL globale e sull’inflazione. Questo non cambierebbe la rotta di BCE e Fed, poiché sia in Europa sia negli USA un +10% del prezzo del petrolio comporta un aumento dell’inflazione di circa 0,1‑0,2 punti percentuali nel breve termine. Un conflitto che si estendesse oltre un periodo di quattro‑sei settimane avrebbe invece implicazioni macroeconomiche e di mercato molto maggiori: riteniamo che tre mesi rappresentino la soglia di svolta verso un cambio di regime, con più rischi e uno scenario recessivo. Ma l’amministrazione USA ha un forte incentivo a chiudere il conflitto il prima possibile, perché prezzi del petrolio più alti, con un peggioramento della situazione di accessibilità economica per le famiglie, potrebbero tradursi in minori consensi alle elezioni di metà mandato di novembre.
Stretto di Hormuz: il nodo critico per i flussi energetici globali
La reazione immediata del mercato è stata guidata più dalle interruzioni del trasporto marittimo che da una reale scarsità fisica. Il prezzo del petrolio è salito a circa 82 USD/barile (+13% dopo l’apertura dei mercati il 2 marzo) e i dati sul traffico mostrano oltre 200 navi petrolifere e gasiere ferme fuori dallo Stretto di Hormuz, a causa dell’aumento dei premi assicurativi di rischio‑guerra e di misure operative precauzionali. Un conflitto prolungato con forti interruzioni nello Stretto potrebbe spingere il petrolio fino a 100 USD/barile, ma il prezzo dovrebbe comunque tornare verso i 70 USD/barile entro fine 2026, man mano che il mercato si adatta. In uno scenario estremo in cui il regime iraniano colpisce infrastrutture energetiche nella regione e blocca il traffico nello Stretto, il Brent potrebbe superare i 130 USD/barile, prima di stabilizzarsi intorno agli 80 USD/barile entro il 2026.
Mercati finanziari: inflazione alta, pochi tagli dei tassi e più volatilità
I vincoli di politica monetaria stanno definendo lo scenario dei mercati: i timori legati all’inflazione stanno ritardando i tagli dei tassi e mantenendo la volatilità elevata, nonostante la revisione dei prezzi sia stata finora moderata. L’inflazione legata all’energia continuerà a mettere pressione sui tassi e sulle aspettative di allentamento monetario. Le valutazioni alte rendono azioni e credito vulnerabili se i costi energetici restano sostenuti e la crescita rallenta. Difesa, consumi non ciclici ed energia appaiono meglio posizionati (soprattutto energia, LNG non del Golfo e alcuni raffinatori). Al contrario, i settori esposti al ciclo e ad alta intensità energetica (compagnie aeree, chimica, ecc.) restano sotto pressione, mentre la tecnologia mostra un quadro misto. L’aumento dei CDS può aiutare a contenere l’allargamento degli spread. I mercati privati potrebbero vedere una distribuzione più lenta del private equity e un aumento moderato degli spread del private debt. Lo scenario si biforca, richiedendo un posizionamento di base con protezioni contro possibili cambi di regime. Nello scenario principale, la parte anteriore della curva resta rigida: i Treasury USA a 10 anni chiuderebbero verso il 4,3% e i Bund verso il 2,7%. Nello scenario di rischio estremo, l’inflazione spinge questi rendimenti al 5,0% e 3,2%, mentre i bond nominali perdono capacità di copertura. Le azioni potrebbero recuperare e tornare a rendimenti nella fascia bassa a una cifra nello scenario base, ma cadrebbero fino al –20% nello scenario estremo, dove l’inflazione energetica prolungata abbassa utili e multipli. Nel credito, l’investment grade rimane intorno a 85 punti base nello scenario base, ampliandosi a 125 punti base sotto stress. Le infrastrutture rendono circa il 10% nello scenario base e il 6% nello scenario di stress; nel private equity i ritorni variano tra +12% e –12%. Gli spread del private debt si allargano da 500 a 650 punti base quando i coverage ratio si indeboliscono.
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