11 Febbraio 2026

Sommario

I prezzi al consumo sono aumentati del +29% rispetto a gennaio 2019 e permane un divario inflazionistico di circa 3 punti percentuali tra i nuclei familiari con redditi più bassi e quelli più elevati. Il problema principale riguarda i beni essenziali: abitazione (+34%), alimentari (+34%) ed energia elettrica (+41%), che rappresentano il 64% della spesa delle famiglie a basso reddito, contro il 58% di quelle più benestanti. Circa una famiglia su tre nella fascia di reddito più bassa destina il 95% del proprio reddito alle necessità di base.

L’indice dei prezzi dei beni è passato da –0,1% su base annua (gennaio 2025) a +1,4% (dicembre 2025), con i dazi che hanno contribuito per circa +0,3 punti percentuali all’inflazione headline a fine 2025, grazie alle strategie di mitigazione messe in atto da esportatori e importatori. Ma il massimo impatto, pari a +1 punto, deve ancora manifestarsi e si prevede nel primo trimestre 2027. La tenuta della domanda interna (+4% in valore lo scorso anno) maschera squilibri significativi tra categorie di spesa: crescono sanità, abbigliamento e ristorazione, mentre rallentano elettronica, calzature e arredamento. Per quest’anno prevediamo una crescita modesta delle vendite al dettaglio in volume, attorno al +1% (e +4% in valore), poiché i rivenditori potrebbero trasferire più integralmente l’aumento dei dazi sui consumatori finali. Nel frattempo, l’inflazione dei servizi sanitari si mantiene intorno al 3% da maggio 2024. Gli statunitensi, inoltre, pagano di gran lunga i prezzi più alti al mondo per i servizi sanitari. Infine, senza un miglioramento dell’accessibilità economica e del sentiment turistico, gli Stati Uniti rischiano di perdere quota nel mercato globale del turismo: gli arrivi esteri dovrebbero diminuire tra il 6% e l’8% nel 2025, con grandi eventi che forniranno solo un sollievo temporaneo.

Ricchezza e risparmi sono infatti molto concentrati: l’1% più ricco detiene il 31% della ricchezza complessiva, mentre il 50% più povero ne possiede appena il 2,5%. Inoltre, il debito non legato alla casa è salito a circa 5.000 miliardi di dollari, rendendo le famiglie a basso e medio reddito molto più vulnerabili alle dinamiche di inflazione e tassi di interesse. Sul fronte del reddito, i salari reali dal 2019 sono cresciuti del +6,6% nel quintile più basso, ma solo del +2,6% per il ceto medio, evidenziando un divario salariale post-pandemico. Ancora più significativo è il dato sul reddito disponibile: al netto di tasse e trasferimenti, per le famiglie del ceto medio è diminuito fino a –0,5% dal 2019, mentre per i redditi più alti è aumentato di quasi +2%, indicando una pressione fiscale che grava soprattutto sulla classe media. In questo contesto, le misure dell’amministrazione statunitense per migliorare l’accessibilità economica difficilmente affronteranno le cause strutturali della crisi: gli interventi dal lato dell’offerta agiscono sul problema alla radice ma richiedono tempo, mentre le misure sui mutui possono sostenere più rapidamente la domanda, rischiando però di mantenere elevati i prezzi in un mercato già molto teso. I tetti ai tassi delle carte di credito potrebbero ridurre i costi di finanziamento per alcune famiglie, ma al tempo stesso limitare l’accesso al credito, soprattutto per i soggetti più rischiosi. Nel complesso, sembra che le politiche in discussione possano più che altro ridistribuire le pressioni sull’accessibilità, senza ridurle in modo sostanziale.

Due colleghi parlano di business seduti su un divano

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