23 Aprile 2026
Sommario
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Shock energetico di offerta, non solo di prezzo: l’Asia è la più esposta
Il blocco dello Stretto di Hormuz ha interrotto circa 20 milioni di barili al giorno di flussi petroliferi (circa un quinto dell’offerta globale), lasciando un deficit netto di circa 10 milioni di barili al giorno, nonostante il ricorso a rotte alternative, forniture aggiuntive e il rilascio di riserve strategiche. Il conseguente divario tra offerta e domanda è stato colmato tramite prezzi del petrolio più elevati (Brent +30% dall’inizio della guerra), che hanno ridotto i consumi. La scarsità fisica è già visibile: il carburante per l’aviazione si sta restringendo, il diesel viene razionato e gli utilizzatori industriali nei mercati con prezzi amministrati affrontano vere e proprie carenze. L’Asia è la regione più esposta (circa l’85% del petrolio che transita da Hormuz, contro meno del 6% per l’Europa e il 4% per gli Stati Uniti), il che genera un premio di prezzo persistente del 6–7% rispetto al Brent. Una prima risposta di policy, soprattutto nei paesi asiatici, è stata il razionamento della domanda (settimane lavorative ridotte, limiti all’uso dell’energia e restrizioni sui carburanti), che ha già ridotto la domanda globale di circa 1 milione di barili al giorno.
Sostegno fiscale rapido ma limitato, basato su sussidi e tagli alle accise
Nel sostegno ai prezzi, l’Asia guida ancora, con i principali mercati emergenti (Corea del Sud, India, Indonesia) che hanno varato pacchetti fiscali superiori all’1% del PIL, a fronte di una media globale di circa lo 0,2%. In modo analogo, nei mercati sviluppati, i grandi importatori di energia dell’UE registrano interventi medi pari a circa lo 0,4% del PIL, contro uno 0,15% complessivo. Tuttavia, contano le risorse disponibili: il pacchetto relativamente ridotto della Germania (solo 0,04% del PIL) equivale a circa 22 dollari pro capite, mentre quello dell’India, pur pari all’1,5% del PIL (37 volte più grande in termini relativi), si traduce in appena 40 dollari pro capite. Se il conflitto dovesse protrarsi oltre maggio, una “seconda salva” di sostegno fiscale potrebbe portare la spesa complessiva allo 0,6–0,8% del PIL, poiché i governi reagirebbero al maggiore trasferimento degli aumenti dei prezzi dell’energia con un ritardo di 2–6 mesi. In ogni caso, nessun trasferimento fiscale può risolvere lo squilibrio tra offerta e domanda, che dovrà essere corretto attraverso la distruzione della domanda.
Meno interventi pubblici, minore impatto sui prezzi rispetto al 2022
Questo riflette l’apprendimento delle politiche, la percezione che lo shock sia temporaneo e i vincoli fiscali esistenti, con i governi che accettano un maggiore trasferimento degli aumenti di prezzo invece di ripetere interventi di protezione su larga scala (ad esempio la Francia, che ha annunciato misure più tardive e mirate, e il Belgio, che non ha adottato alcun intervento). Nel frattempo, nel mercato elettrico europeo, la maggiore penetrazione di eolico e solare ha ridotto il meccanismo di trasmissione dal gas all’elettricità osservato nel 2022, anche se il gas resta indispensabile per l’equilibrio della rete. La Spagna si distingue con prezzi dell’elettricità circa il 70% più bassi rispetto all’Italia, a fronte di una quota più elevata di rinnovabili e di migliori capacità di stoccaggio.
Costi fiscali limitati, EM vulnerabili allo shock energetico
I costi di servizio del debito aumenteranno in media di circa lo 0,05% del PIL all’anno sia nelle economie avanzate sia in quelle emergenti, interamente a causa di uno stock di debito più elevato. I tassi di interesse sono cresciuti solo moderatamente (USA/Germania: +30 punti base, mercati emergenti in valuta forte: +20 pb, in valuta locale: +30 pb), con un incremento ancora più contenuto dei tassi reali. Il lento rinnovo del debito comporta un trasferimento graduale dei maggiori costi, che incide solo marginalmente sul servizio del debito attraverso questo canale. Dall’altro lato, un’inflazione più alta potrebbe persino alleggerire il peso reale del debito (effetto “tassa da inflazione”) e quindi i costi di servizio, ma l’aumento dell’inflazione atteso è molto inferiore ai livelli del 2022, limitando questo beneficio. Alcuni mercati emergenti, tuttavia, si distinguono negativamente: la fragilità fiscale e un servizio del debito elevato sono più accentuati in Egitto, Ungheria e Polonia. Il deprezzamento valutario amplifica i danni nei paesi con un’elevata quota di debito in valuta estera: Turchia, Argentina ed Egitto. Non tutti i mercati emergenti, però, sono penalizzati dallo shock energetico: i prezzi più alti rappresentano un vantaggio per i produttori di energia come Nigeria, Brasile e Colombia.
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